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Paludi come isole

Lo zoologo Alessandro Minelli ci propone l’idea, tutt’altro che peregrina di guardare alle paludi come isole d’acqua circondate dal mare delle terre asciutte. Un rovesciamento di prospettiva, un nuovo sguardo che conduce ad una percezione più nitida e profonda delle terre d’acqua. Come sempre, nuove letture del mondo possono derivare da un nuovo, inusitato, impiego di vecchi paradigmi…

Può forse sembrare peregrina, o frutto di un inutile capriccio, l’idea di guardare alle paludi come fossero isole: isole d’acqua circondate da campagne, da boschi, da terra asciutta insomma. Può darsi. A me sembra, però, che questo cambiamento di prospettiva meriti un tentativo.

Che cos’è, infatti, un’isola? È un piccolo mondo, al quale non tutti possono essere ammessi.

Occorre, in primo luogo, arrivarci, partendo magari da un’altra isola, più o meno vicina, o da un continente ancor più remoto. In ogni caso, superando un braccio di mare, più o meno esteso e più o meno tempestoso.

C’è chi può farlo a volo, chi a nuoto, chi a bordo di una zattera di fortuna. Il viaggio, dunque, potrà essere facile per qualcuno (ad esempio, un grande uccello dalle forti ali), più difficile per altri., impossibile per molti.

Ma poi, una volta arrivati, i problemi non sono finiti. Per restarci, occorre trovare sull’isola uno spazio vitale, a cominciare dal cibo. E non basta ancora, se vogliamo lasciare una stabile traccia del nostro arrivo: dove trovare partner, nella stagione degli amori?

In un’isola, soprattutto se piccola e remota, spesso è più facile sparire, estinguersi, che mettere piede in modo stabile. Senza contare che, con il passare del tempo, è probabile che l’isola muti a poco a poco il suo volto, diventando magari inospitale per qualcuno dei suoi vecchi abitanti, ma più accogliente, in cambio, per altri che forse arriveranno più tardi.

Proviamo dunque a scambiare le parti. Invece di una zolla di terra emersa, circondata dalle acque, sta davanti a noi una pozza d’acqua, circondata da terra asciutta.

Anch’essa, la nostra palude, è un’isola. Non lo è per noi, esseri umani, che siamo meglio a nostro agio nel «mare» di terre asciutte che la circondano, ma lo è di certo per tutte le creature dell’acqua: rane e ninfee, tife e svassi, rotiferi e diatomee.

Per molte di esse, a dire il vero, portarsi da uno specchio d’acqua all’altro non è un gran problema: basti pensare ad un’anatra selvatica, o ad un airone cinerino. Ma non pensiamo che basti avere le ali, o la leggerezza di un minuscolo frutto di tifa, per superare senza intoppi le distanze che separano una palude dalla palude più vicina.

Ma perché preoccuparsi delle altre paludi? Perché mai il programma di un rospo, o di un nannufero, dovrebbe andare al di là dello specchio d’acqua che l’ha visto nascere e nel quale, tutto sommato, è probabile che ancora una volta lasci le proprie uova o i propri semi?

La risposta l’avremmo, forse, se ritornassimo, a distanza di anni, proprio qui, sulle rive della nostra palude.

Quasi di certo, le troveremmo cambiate. Troveremmo, forse, che il canneto si è spinto in avanti, fino a far sparire lo specchio d’acqua libero. Forse, addirittura, la nostra palude non ci sarà più.

Non pensiamo, tuttavia, che di queste trasformazioni sia sempre responsabile l’uomo. No, non è così. Stagni e paludi rappresentano, spesso, dei semplici stadi di passaggio, nell’evoluzione del paesaggio naturale. Stadi legati a precise condizioni di clima, di suolo, di regime idrogeologico.

Ma questa condizioni, il cui mutare porta con sé la sparizione di un’area paludosa, potranno in compenso riproporsi, di nuovo, in un’altra vallata, in un altro bassopiano. Il mosaico ambientale si disfà e si ricompone, con una distribuzione sempre nuova delle stesse tessere. Ed è per questo che al nannufero, e al rospo, interessano forse anche le paludi lontane, o quelle che si stanno formando e che presto saranno, tra boschi e campagne, nuove isole da colonizzare.

Speriamo, anzi, che sia così. Che l’uomo, oltre a lasciare le paludi attuali alla loro lenta, naturale evoluzione, non cancelli, a colpi di ruspa o di aratro, le premesse perché, nel tempo, altre paludi possano sorgere, con i loro svassi, le loro libellule, le loro ninfee.

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da: Vita di palude (p. 104 e seg.) di

Alessandro Minelli (Treviso 1948 – ), già professore ordinario di Zoologia presso la Facoltà di Scienze dell’Università di Padova. Presidente (1991-98) del Comitato Scientifico per la ‘Fauna d’Italia’, espressione dell’Accademia Nazionale Italiana di Entomologia e dell’Unione Zoologica Italiana.

È autore di circa 520 lavori a stampa, tra cui alcune opere monografiche, numerosi articoli su riviste specialistiche, nonché libri ed articoli di divulgazione scientifica.

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